Asportazione di un neo: cosa c’è da sapere

Asportazione di un neo: cosa c’è da sapere

Redazione TrovaDermatologo
Dermatologa Specialista 9 luglio 2026
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Secondo dati dell’Istituto superiore di sanità l’incidenza del melanoma, considerato fino a pochi anni fa una neoplasia rara, è in crescita in tutto il mondo. Deriva dalla trasformazione tumorale dei melanociti, le cellule cutanee responsabili della formazione dei cosiddetti “nei” o “nevi”, gli agglomerati scuri visibili sulla superficie della pelle, generalmente benigni. Tuttavia negli ultimi 20 anni è aumentato in modo considerevole anche il numero dei melanomi asportati in fase precoce, con ricadute positive sull’indice di mortalità. La prognosi è strettamente dipendente dallo spessore raggiunto dal melanoma al momento della diagnosi quindi il suo riconoscimento tempestivo, e la conseguente diagnosi precoce, sono fondamentali per un elevato successo delle cure.

Ecco in sintesi quando e perché si rende necessaria l’asportazione di un neo e cosa c’è da sapere sull’intervento. 

Per capire se un neo è maligno serve sempre una valutazione specialistica?

Sì. È possibile tuttavia, e altamente raccomandato, effettuare regolarmente (ogni tre mesi circa) l’auto-osservazione della pelle secondo la regola ABCDE (fare attenzione a: asimmetria, bordi irregolari, colore variabile, dimensioni in aumento, evoluzione delle caratteristiche della lesione). Questa semplice abitudine è molto utile, in fase iniziale, per distinguere un normale neo da una una lesione potenzialmente maligna. La diagnosi deve però essere sempre confermata dalla visita specialistica, con l’ausilio del dermatoscopio e di altre tecniche come la videodermatoscopia digitale e/o la microscopia laser confocale, e dall’eventuale effettuazione di un esame istologico. È consigliabile, in generale, un controllo ogni uno o due anni in assenza di lesioni sospette, ma anche ogni qualvolta compaiono nuovi nei, si modificano i caratteri di un nevo preesistente, se un neo sanguina, prude o è circondato da un nodulo o da un’area arrossata.

Quando un neo va asportato?

L’asportazione di un neo è il trattamento radicale d’elezione in caso di lesione atipica (che presenti anomalie come dimensioni più grandi del comune, bordi irregolari o colore più scuro) oppure sospetta. Può avvenire dunque per due ragioni: se si ha un elevato sospetto che non sia un neo, ma un melanoma, oppure quando non si riesce a fare una diagnosi, cioè la possibilità che sia un melanoma non può essere esclusa. In altre parole si esegue un’asportazione diagnostica,  al contrario il trattamento non si effettua per ragioni preventive. Tempistiche? Il prima possibile: sempre meglio non aspettare.

Esistono diverse tecniche di asportazione di un neo?

Sì. Quella più usata è la tecnica “a losanga”, che prevede l’asportazione di una piccola porzione di pelle (una losanga, appunto) attorno al neo, che viene poi richiusa con punti di sutura. È l’ideale per lesioni circoscritte e di piccole dimensioni, mentre per quelle più estese è necessario ricorrere a ricostruzione del tessuto tramite lembi o innesti cutanei (porzioni cutanee prelevate da altri siti e apposte sulla breccia operatoria). In entrambi i casi, è un intervento che richiede circa 30 minuti e avviene in regime ambulatoriale, con anestesia locale.

In cosa consiste l’esame istologico?

L’esame istologico, successivo all’asportazione di un neo, viene eseguito in laboratorio dall’anatomopatologo e consiste nell’osservazione al microscopio delle cellule asportate, al fine di accertarne o escluderne la malignità e, nel primo caso, classificare il tipo di tumore e la gravità. Prende in considerazione alcuni parametri come lo spessore della lesione, la presenza di ulcerazioni o la presenza di cellule maligne anche a distanza dal melanoma. È un passaggio fondamentale e necessario per pianificare il più presto possibile il percorso di cure più adeguato.

L'intervento di asportazione di un neo è risolutivo?

Nella maggior parte dei casi sì, quando l’esito dell’esame istologico è negativo (la lesione era un nevo). Se l’esame rivela la presenza di un melanoma allo stato iniziale o sottile (spessore inferiore a un millimetro), il trattamento chirurgico è risolutivo con una prognosi molto buona (più del 90% dei pazienti sopravvive a 10 anni).

Quando il melanoma risulta invece più spesso e invasivo, bisogna procedere alla radicalizzazione del trattamento, ossia all’asportazione di una porzione di pelle sana circostante il tumore e alla biopsia del linfonodo sentinella, ovvero il primo linfonodo tributario dalla sede di localizzazione del melanoma primitivo, andando a verificare la presenza di cellule malate. In caso di positività del linfonodo sentinella, si procede con una terapia adiuvante (immunoterapia o terapia target) per ridurre il rischio di metastasi. 

Come ridurre il rischio di cicatrice dopo l’asportazione di un neo?

La formazione di una cicatrice è un atto “necessario” quando la pelle subisce un taglio. Si può tuttavia cercare di rendere l’esito cicatriziale il più accettabile possibile dal punto di vista estetico optando per esempio, quando possibile, per suture intradermiche, non visibili in superficie. Se però, nonostante gli accorgimenti, si formano cicatrici ipertrofiche (in rilievo) o cheloidi, si può ricorrere a varie tecniche come infiltrazioni di cortisone, crioterapia o laser per appianare il tessuto cicatriziale in eccesso. 

Ci sono delle alternative alla chirurgia?

Per i nei è sempre consigliabile l’asportazione chirurgica. In caso di cheratosi seborroiche o nevi papillomatosi si può anche utilizzare il laser, che elimina le cellule malate tramite il calore emanato. In questo caso però non viene eseguito nessun esame istologico poiché il tessuto viene distrutto dal laser.

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