L’Intelligenza artificiale in dermatologia: rischio o beneficio?

L’Intelligenza artificiale in dermatologia: rischio o beneficio?

Laura D'Orsi
Dermatologa Specialista 15 luglio 2026
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Con il boom degli smartphone e dell’intelligenza artificiale, anche nell'ambito della dermatologia sono comparse centinaia di applicazioni che promettono di riconoscere tumori cutanei, diagnosticare acne, monitorare nei sospetti o gestire dermatiti semplicemente scattando una foto con il telefono. Sembrano strumenti rivoluzionari, ma uno studio pubblicato su JAMA Dermatology nel marzo 2024 (e aggiornato a maggio 2024) da un gruppo di dermatologi di UCLA, Stanford, Memorial Sloan Kettering, NYU e Washington University, ha fotografato una realtà ben diversa e piuttosto allarmante.

App dermatologiche: nessuna evidenza e nessuna approvazione

Tra novembre e dicembre 2023 i ricercatori hanno passato al setaccio gli store Apple e Google Play cercando tutte le app dermatologiche che dichiarassero di usare intelligenza artificiale. Dopo aver eliminato doppioni, app non mediche e quelle prive di IA sono rimaste 41 applicazioni da esaminare nel dettaglio. Tra le più scaricate: SkinVision (con 10 milioni di downloads), Miiskin, AI Dermatologist: Skin Scanner e Scanoma.

I risultati sono chiari e univoci. Nessuna di queste 41 app possiede l’approvazione della Food and Drug Administration americana. Solo due riportano un disclaimer che avverte l’utente della mancanza di autorizzazione regolatoria e, tra le poche europee, appena due dichiarano la marcatura CE. L’evidenza scientifica è altrettanto scarsa: soltanto cinque app possono vantare almeno una pubblicazione su rivista peer-reviewed e una sola è supportata da uno studio clinico prospettico multicentrico. Per le restanti 35 non esiste alcun lavoro scientifico pubblicato, al massimo un preprint.

La trasparenza sugli algoritmi e sui dati usati per addestrarli è pressoché assente. Oltre la metà delle app non fornisce la benché minima informazione sui dataset di addestramento; quando lo fa, si limita a frasi vaghe come “fotografie”, “dataset pubblici” o “proprietari”. Il coinvolgimento di dermatologi nello sviluppo è dichiarato solo in 16 casi su 41, mentre nella maggior parte dei casi non viene nemmeno menzionato.

Il problema della privacy nelle app dermatologiche

Un capitolo a parte merita la gestione della privacy. Quasi la metà delle app non specifica che fine facciano le immagini caricate dagli utenti. Dodici dichiarano esplicitamente di conservarle (di solito su server cloud sicuri) e altrettante ammettono di usarle per ricerca e per migliorare l’app in futuro, senza però chiedere un consenso informato specifico.

Gli autori dello studio concludono senza giri di parole: sebbene le app dermatologiche con IA abbiano un enorme potenziale per migliorare l’accesso alle cure dei pazienti, nel loro stato attuale possono causare più danni che benefici. Il rischio concreto è quello di diagnosi sbagliate (soprattutto mancate diagnosi di melanoma), raccomandazioni inappropriate, bias algoritmici e violazioni della privacy.

Per questo raccomandano con forza standard minimi obbligatori: approvazione regolatoria come dispositivi medici, pubblicazione di studi di validazione clinica prospettici, trasparenza totale su algoritmi e raccolta dati, coinvolgimento certificato di dermatologi, politiche chiare e restrittive sull’uso delle immagini dei pazienti.

Quando l’IA è progettata per i dermatologi: l'altro lato della medaglia

Dall’altra parte, la review pubblicata a giugno 2025 su Dermatology and Therapy da Xiang Chen e collaboratori ci mostra il volto completamente diverso della stessa intelligenza artificiale quando viene progettata, addestrata e validata per i dermatologi e non per il grande pubblico. In questo contesto l’IA smette di essere un tool scaricabile da chiunque e diventa uno strumento professionale che sta già rivoluzionando la dermatologia in ambulatorio.

Parliamo di modelli capaci di misurare idratazione, perdita d’acqua trans-epidermica, spessore dermico e tipo di pelle con precisione paragonabile a quella di VISIA o ecografia ad alta frequenza, di algoritmi che segmentano automaticamente aree di vitiligine, melasma o acne con sensibilità superiore al 93%. Ma anche di sistemi robotici che pianificano percorsi di fototerapia e laser coprendo il 20% di superficie in più senza sovrapposizioni, di reti neurali che calcolano con l’85% di accuratezza il volume esatto di filler e i punti di iniezione ottimali. E poi ci sono simulatori 3D che mostrano al paziente il risultato atteso prima ancora di toccare la siringa, software che selezionano automaticamente le unità follicolari migliori nei trapianti di capelli e assistenti che generano piani terapeutici personalizzati e spiegazioni chiare e comprensibili per chi si ha di fronte.

Intelligenza artificiale in dermatologia: la differenza la fa chi la usa

Insomma, la stessa tecnologia produce esiti opposti a seconda di chi la tiene in mano. «Quando finisce direttamente sul telefono del paziente senza validazione clinica né regolamentazione diventa un potenziale pericolo» commenta il professor Antonino Di Pietro, presidente ISPLAD. «Quando invece resta nelle nostre mani, con studi pubblicati, dataset descritti, coinvolgimento diretto dei dermatologi e obiettivi di ottenere marcatura CE o clearance FDA come veri dispositivi medici, si trasforma in uno degli strumenti più potenti a disposizione della dermatologia.

Il paziente del prossimo futuro arriverà quasi certamente con una foto scattata dalla sua app preferita. Il nostro compito sarà duplice: spiegargli con chiarezza perché quel risultato non può sostituire una visita dermatologica. Allo stesso tempo, portiamo in ambulatorio l’intelligenza artificiale che funziona davvero: quella pensata per noi dermatologi, validata scientificamente e regolamentata. Solo così la rivoluzione dell’IA diventerà un progresso concreto per i nostri pazienti invece di un rischio silenzioso».

 

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